Utilizzo delle corde e attrezzatura per discesa

Discesa in corda doppia
Queste informazioni hanno solo un fine illustrativo, non didattico. Se non sei un esperto, rivolgiti a una sezione di un Club alpino, a una guida alpina professionista, oppure a una scuola abilitata di alpinismo, scialpinismo, arrampicata o speleologia. Leggi le avvertenze sul rischio.
Discesa in corda doppia
Discesa in corda doppia effettuata senza dispositivi frenanti. 1) metodo Dülfer/Piaz; 2) metodo Comici
Discesa in corda doppia da una struttura artificiale. Glasgow Tower, presso il Glasgow Science Centre (autore: Grant Gibson)
Discesa in corda da una parete di roccia naturale.

La discesa in corda doppia è una tecnica che permette di calarsi lungo pareti verticali, ad esempio nell'ambito di attività sportive quali l'alpinismo, l'arrampicata e la speleologia, oppure nel corso di operazioni militari o di salvataggio.
Indice

La discesa in corda doppia nacque all'inizio del XX secolo. L'inventore è comunemente considerato Hans Dülfer,[1], ma anche Tita Piaz rivendicava l'invenzione.[2] Le prime tecniche sfruttavano l'attrito della corda sul corpo dell'alpinista, senza l'utilizzo di altri attrezzi specifici. Una prima modifica fu introdotta da Emilio Comici: in questa variante, la corda passava atrraverso un moschettone agganciato ad un anello di corda alla vita, per poi passare sulla spalla dell'alpinista.[2] Ironicamente, fu proprio l'uso di questa tecnica nata per rendere più sicura la discesa che costò la vita a Toni Kurz sulla parete nord dell'Eiger nel 1936.[3] Nel 1943 la tecnica fu ulteriormente migliorata da Pierre Allain, che introdusse il discensore.[4] Con l'introduzione dell'imbragatura negli anni sessanta la tecnica divenne praticamente quella attuale.
Attrezzatura

Le attrezzature minime necessarie per effettuare una discesa in corda doppia sono:

* imbragatura - fissata alla corda, sostiene il corpo all'altezza del bacino lasciando libere le gambe
* discensore - attrezzo dotato di apposito freno, attraverso il quale viene fatta passare la corda; serve ad effettuare la discesa in maniera controllata.

È inoltre necessario essere muniti di una serie di attrezzature addizionali, che garantiscano il necessario livello di sicurezza:

* dispositivo autobloccante - anello di cordino per nodo autobloccante (prusik, machard), oppure dispositivo meccanico autobloccante (shunt)
* caschetto - serve a proteggere la testa dalle cadute di pietre e dagli impatti contro la parete rocciosa. Qualora necessario (es. durante la discesa nelle grotte) può essere dotato di una lampada frontale, in modo da lasciare entrambe le mani libere.
* guanti - sono utili per proteggere le mani da pietre taglienti e rovi, ma anche per ridurre l'attrito con le corde.
* scarponi o calzature resistenti - per proteggere i piedi dalle asperità delle pareti.

Tecnica
Posizionamento del discensore gi-gi, sulla corda doppia

La discesa in corda doppia consiste nella discesa lungo una parete verticale coll'accompagnamento dei piedi, mentre il corpo è interamente sospeso nel vuoto e sostenuto da una corda fissata all'imbragatura. Mentre le gambe devono essere tenute in posizione flessa per attutire gli impatti del corpo contro la montagna (impatti dovuti dall'oscillazione del corpo nel vuoto), le mani afferrano la corda e comandano il discensore.

Possiamo illustrare la tecnica di discesa in corda doppia nella seguente procedura:

1. munirsi di una longe (fettuccia o daisy chain) che verrà legata all'anello di sicurezza dell'imbragatura;
2. effettuare un nodo intermedio sul quale verra posizionato il discensore, all'estremo della longe posizioneremo invece un moschettone per l'autoassicurazone, attraverso il quale ci assicureremo alla sosta;
3. prendere le corde, passarne una dall'anello della sosta e congiungerla all'altra attraverso un nodo di giunzione “galleggiante” (deve avere un lato liscio che possa facilmente superare le asperità della roccia ruotando all'occorrenza, a tale scopo utilizzeremo o il nodo delle guide semplice (con capi liberi lasciati lunghi almeno 30 cm, tirati indipendentemente) o il nodo delle guide doppio, evitare che il ramo di corda da recuperare vada a schiacciare l'anello contro la parete, ponendo il nodo a contatto della roccia;
4. ammatassare le corde separatamente a farfalla (per evitare che si attorciglino), partendo dal nodo di giunzione quando vengono lanciate e dal capo opposto quando vengono appese all'imbragatura;
5. effettuare un nodo ai capi delle corde (nodo ad otto a circa 50 cm dalle estremità), per evitare di superare gli estremi delle corde;
6. lanciare le corde (nel caso che la parete sia ripida e che comunque non presenti il rischio che le corde si impiglinino), oppure prendere le matasse di corda e trasportarle appese all'imbragatura (nel caso che il lancio delle corde non sia possibile perché si perde tempo a districarle o perché la via di discesa è frequentata da altri arrampicatori);
7. effettuare con un anello di cordino un nodo autobloccante (machard, prusik) e assicurarlo sull'anello dell'imbragatura per mezzo di un moschettone a ghiera (questo passaggio è molto importante per la sicurezza: nel caso che lo scalatore lasci la corda per qualsiasi motivo, il nodo si stringe ed arresta la discesa);
8. posizionare il discensore (gi-gi, otto, secchiello, ecc.) sulle corde ed assicurarlo per mezzo di un moschettone in un punto intermedio della longe che avevamo precedentemente predisposto; il discensore si deve trovare a monte del nodo autobloccante e ad una distanza tale da non entrare in contatto con lo stesso (condizione che non permetterebbe al nodo autobloccante di funzionare correttamente); il discensore deve comunque essere a portata di mano e quindi facilmente raggiungibile durante la discesa;
9. staccare il moschettone di autoassicurazione dalla sosta e iniziare la discesa, tenendo con una mano il nodo autobloccante (impedendogli di stringersi attorno alla corda principale) e con l'altra controllare la velocità della discesa stringendo la corda; regolare la velocità di discesa in modo che sia il più uniforme possibile e priva di accelerazioni che aumentano le sollecitazioni della sosta; se lasciamo le mani da tutto il sistema la discesa si arresta automaticamente perché l'autobloccante va a stringersi sulla corda principale;
10. al termine del tratto di calata, assicurarsi alla nuova sosta, liberare la corda al compagno e ripetere nuovamente la procedura fino alla fine della discesa.

Speleologia

La tecnica di discesa in speleologia è leggermente differente. Date le caratteristiche dell'attività, si utilizza normalmente una corda singola anziché doppia, che servirà poi anche per la risalita. A tale scopo, è diverso anche il discensore, in genere del tipo a pulegge fisse. È raro anche l'utilizzo dell'autobloccante, sostituito a volte da un discensore autobloccante, altre volte completamente assente. Il discensore viene agganciato, mediante un moschettone, direttamente al maillon rapid di chiusura dell'imbrago, cui sono anche agganciate una o due longe di sicurezza.[5]
Sicurezza

La natura verticale della discesa in corda doppia ne fa un'attività seria, potenzialmente pericolosa se non svolta con le necessarie cautele. L'entusiasmo e l'attrezzatura non bastano, in quanto sono necessarie conoscenze tecniche adeguate. La discesa in corda doppia deve essere sempre effettuata sotto la supervisione di una persona esperta.
Note [modifica]

L'arrampicata può essere definita come la salita di un ostacolo, sia esso una parete rocciosa, naturale espressione e terreno preferito su cui l'arrampicata si è sviluppata in tutte le sue forme, sia esso un sasso, un pannello artificiale o una qualsiasi struttura urbana.
Indice

Caratteristiche

Si tratta di una disciplina complessa caratterizzata sia da un aspetto fisico motorio che da una importante componente psicologica.

Il termine arrampicata sportiva oggi indica l'insieme delle discipline sportive - discendenti dell'alpinismo - nate a partire dagli anni settanta. Se l'alpinismo classico aveva (ed ha) come scopo quello di ascendere avventurosamente una montagna (per vie tracciate o nuove), l'arrampicata sportiva ha come scopo il puro divertimento o la competizione sportiva, anche lontano da ambienti montani, su vie dove le protezioni (come i chiodi) sono normalmente già presenti, ponendo enfasi sulle abilità ginniche.

L'arrampicata può essere distinta in:

* Arrampicata libera e
* Arrampicata in artificiale

Gli aggettivi libera e artificiale vengono utilizzati per sottolineare la differenza tra le due pratiche: nel secondo casi si utilizzano aiuti artificiali per compiere la scalata, nel primo no.

Si distinguono diverse specialità di arrampicata in funzione dell'ambito in cui essa si svolge:

* Su roccia - che si svolge risalendo pareti rocciose in ambiente naturale (falesie)
* Su ghiaccio - che si svolge risalendo ghiacciai e/o cascate gelate
* Arrampicata su terreno misto, caratterizzata dalla presenza di due o più tipologie di terreno da affrontare. Ad esempio, ghiaccio e roccia, ghiaccio e neve, roccia e terra. Il terreno misto richiede particolare attenzione per essere affrontato, in quanto richiede capacità, conoscenze e tecniche inerenti diversi metodi di salita.
* Arrampicata indoor - arrampicata in palestre attrezzate con pannelli artificiali chiamate rocciodromi.

Storia dell'arrampicata

L'uomo ha probabilmente affrontato le sue prime arrampicate senza l'ausilio di aiuti particolari. In seguito sono stati ideati attrezzi e tecniche per superare i limiti e le difficoltà di tale attività.

Nella storia dell'alpinismo, il primo a evidenziare il problema etico dell'arrampicata libera fu Paul Preuss all'inizio del XX secolo. Fino a quel tempo era comune il pensiero che la vetta dovesse essere raggiunta ad ogn costo e tutte le più importanti vette delle Alpi erano state salite con l'ausilio di scale, bastoni, picchetti, corde. Preuss, invece, reputava più importante lo stile di salita che il raggiungimento della vetta. Il suo integralismo lo portò a rinunciare perfino alla corda di assicurazione (cosa che gli causò la morte in seguito a una caduta). Anche Albert Frederick Mummery fu sostenitore dell'importanza di un corretto spirito di salita rispetto alla conquista della cima. Questi due precursori, tuttavia, non ebbero seguaci per molti anni a venire.

Negli anni cinquanta lo statunitense John Gill introdusse alcune tecniche fondamentali nell'arrampicata libera e l'uso della magnesite per favorire la presa. Non a caso l'arrampicata libera si diffuse negli Stati Uniti: l'abbondanza di pareti di granito offre la possibilità di scalate su vie dotate di appigli solidi a differenza delle pareti calcaree.

In Europa l'arrampicata libera fu portata avanti soprattutto dagli inglesi che, avendo a disposizione per le scalate solo piccole pareti, erano alla ricerca di un modo per aumentare le difficoltà. Altri isolati pionieri in Germania ed Italia si resero conto di quanto fosse differente affrontare una parete progredendo grazie ai chiodi piuttosto che affidarsi solo al proprio corpo, tra questi Matthias Rebitsch, Fritz Wiessner, Gino Soldà e Giovan Battista Vinatzer.

Verso la fine degli anni sessanta negli Stati Uniti furono percorse alcune vie di difficoltà sempre più alta, Ron Kauk nel 1975 percorse la via Astroman di grado 7a. Molti anni dopo la stessa via venne percorsa da Peter Croft senza corda di assicurazione. Il gruppo di free climber sposò lo stile di vita hippy, allenandosi duramente e rimanendo ai margini della società. Uno di questi, Peter Livesey, nel 1975 tornò in Inghilterra dagli Stati Uniti e fondò una palestra di arrampicata per diffondere la scalata libera. Il francese Jean Claude Droyer nel 1975 diventò noto per aver scalato una via di difficoltà 6c+, Le Thriomphes d'Eros.

Altre imprese di Kauk ebbero risonanza oltreoceano: la scalata della Tales of power (grado 7b/7b+) nel 1977 e del Separate Reality nel 1987, leggermente meno difficile ma più spettacolare in quanto presenta un tetto sporgente sul vuoto.

Le immagini delle imprese degli scalatori suscitarono reazioni contrastanti in Europa: gli alpinisti classici erano increduli mentre alcuni giovani scalatori provarono ad emulare i colleghi statunitensi sulle varie pareti granitiche adatte. Reinhold Messner provò per breve tempo l'arrampicata artificiale, ma quasi subito se ne discostò.[1] Verso la fine degli anni sessanta pubblicò l'articolo L'assassinio dell'impossibile, nel quale polemizzava contro l'esasperazione dell'arrampicata in artificiale.[2] Più tardi, nel suo libro Settimo grado, spinse anche gli alpinisti classici ad usare meno chiodi possibile ed a salire senza sfruttare le protezioni.

In Australia, nel 1978 Kim Carrigan riuscì a scalare la via Prokol Orum di grado 7b+ sui Monti Arapiles, l'anno dopo scalò in libera una parete ancora più difficile.
Tipi di arrampicata
Arrampicata libera
Due arrampicatori in azione su vie adiacenti nella falesia del Monte Guadagnolo

Per arrampicata libera (o free climbing) si intende lo stile di arrampicata nel quale l'arrampicatore affronta la progressione con il solo utilizzo del corpo: mani nude, piedi (normalmente con le scarpette da arrampicata), ma anche appoggiando e incastrando il corpo intero o sue parti.

Questo non esclude a priori l'utilizzo di attrezzatura, come la corda, l'imbrago, il discensore, i moschettoni, i nuts, i friends e i rinvii, ma tale equipaggiamento è usato esclusivamente per l'assicurazione, ossia per limitare i danni in caso di caduta.
Arrampicata senza assicurazione
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci bouldering e free solo.

Forme di arrampicata senza assicurazione sono il sassismo e il free solo. Il sassismo viene denominato anche bouldering e viene effettuato su piccoli massi fino a 5-6 metri di altezza. Il free solo invece è uno sport estremo, compiuto da chi arrampica senza alcuna sicurezza (come corde, chiodi, moschettoni,...) ed è quindi sempre a rischio della propria vita. Questa disciplina viene spesso chiamata impropriamente "free climbing".
Arrampicata indoor
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce arrampicata indoor.

L'arrampicata in luoghi chiusi è generalmente praticata nelle palestre, su strutture artificiali che, nate per allenare gli alpinisti alle uscite su roccia, hanno poi assunto, col tempo, un'importanza sempre maggiore. Oggi si può dire che l'arrampicata indoor goda di una propria "dignità", potendosi considerare sport autonomo e non più semplicemente propedeutico all'arrampicata alpinistica. Grazie alla FASI (Federazione Italiana Arrampicata Sportiva) e alle altre Federazioni Nazionali ed Internazionali, l'Arrampicata Sportiva è a tutti gli effetti una disciplina sportiva associata al CONI. Si distinguono 3 specialità: Velocità (Speed Climb), Difficoltà (o Lead) e Boulder.
Velocità (Speed Climb)

Si effettua su "vie" generalmente "più facili" e, come dice il nome, l'obiettivo è quello di percorrerla nel minor tempo possibile.
Difficoltà (Lead)

Si effettua su "vie" che aumentano di difficoltà progressivamente fino a raggiungere gradi di difficoltà al limite delle capacità umane. Ad ogni presa viene assegnato un punteggio progressivo e ha tre valori: - se viene solo toccata; = se viene impugnata, + se dopo averla impugnata si inizia un movimento che però non permette di raggiungere la presa successiva. Ovviamente il massimo punteggio si ha nell'arrivare con entrambe le mani all'ultima presa: il "top". Si può effettuare con la corda di sicurezza dall'alto, nei giovanissimi, o con corda dal basso.
Boulder

È la nuova nata, consiste nel dover arrampicare su vie basse, circa 3-4 metri, di diversa difficoltà senza l'uso dell'imbrago (l'incolumità è assicurata da morbidi materassoni). Conta il numero di tentativi impiegati nel raggiungere il "top" in un determinato tempo. La via ha anche una "zona" intermedia che attribuisce un punteggio.
Arrampicata in artificiale

Per arrampicata in artificiale si intende lo stile di un'ascensione, su roccia o ghiaccio, nella quale si fa ricorso ad attrezzi e strumenti che aiutano la progressione. Se gli attrezzi, anziché per la progressione, sono utilizzati al solo scopo di garantire la sicurezza dell'alpinista, la salita viene comunemente considerata come "libera". Un esempio di tale differenza può essere dato considerando l'utilizzo della corda. Se essa viene utilizzata esclusivamente come strumento di sicurezza, per garantire l'incolumità di chi sale in caso di caduta, lo stile di arrampicata sarà considerato "libero". Se viceversa, nel corso della salita, essa viene altrimenti utilizzata, ad esempio per appendersi e riposarsi, la corda diventa uno strumento ausiliario che in qualche modo facilita la naturale salita (che "naturale", a quel punto, non è più). Si parla allora di stile di arrampicata "artificiale". Tra i classici attrezzi tipici dell'arrampicata artificiale si annoverano, per esempio, chiodi, spit, cordini in nylon (che tuttavia possono anche essere usati come strumenti di sola sicurezza) e attrezzi esclusivi dell'artificiale come le staffe o gli skyhook.
Tecnica di arrampicata

In generale lo sforzo fisico compiuto nelle scalate è di tipo discontinuo e richiede una buona forza massima e resistenza allo sforzo [3].

Le tecniche di arrampicata sono molte e piuttosto varie; possono risultare differenti in virtù di caratteristiche peculiari di ciascuna persona quali, per esempio, lo stile individuale, le conoscenze ricevute da "maestri" o arrampicatori più esperti, la conformazione fisica e il coordinamento psicomotorio.

L'intrinseca pericolosità legata a questo sport impone che il loro apprendimento avvenga sempre sotto l'affidamento di una persona titolata. In questo senso, è bene sottolineare che la Legge italiana riserva la prerogativa dell'insegnamento outdoor delle tecniche di arrampicata alle guide alpine, a livello professionale, e alle Scuole del CAI a livello non professionale.
Il metodo Caruso
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Metodo Caruso.

Una delle tecniche di insegnamento dell' arrampicata è quella che si basa sul metodo cosiddetto "Caruso". Tale metodo è utile nell' impostazione degli allievi, infatti razionalizza e schematizza i vari movimenti nell' approccio alla scalata su roccia.

Per conseguire lo scopo, Caruso ha individuato alcune posizioni e alcune progressioni "fondamentali". Tra queste, quella del cosiddetto "triangolo", in cui la posizione del baricentro del corpo resta sempre all'interno di un immaginario triangolo, appunto, costituito da almeno tre punti di contatto con la parete di roccia (due piedi e una mano o viceversa). Ci si può dunque appigliare con le mani e appoggiare un solo piede, che fa da vertice a un triangolo rovesciato, oppure appigliarsi con una sola mano e appoggiare entrambi i piedi, sempre formando un triangolo.
Strumenti utilizzati

Gli strumenti utilizzati possono essere sia di assicurazione che strumenti specifici per l'arrampicata in artificiale. Ad esempio:

* Imbrago o Imbraco (ma anche Imbragatura o Imbracatura)
* Staffe:
* Ganci (chiamati, più o meno propriamente, anche con molti altri nomi: cliff, ancorette, sky-hook, hooks, ecc.)
* Chiodi da roccia: solitamente in acciaio, ve ne sono di varie forme e dimensioni, in modo che l'alpinista possa servirsene a seconda del tipo di roccia e della fessura in cui vuole piazzarlo;
* Dadi (o nuts): piccoli blocchi di metallo (solitamente acciaio) utilizzati ad incastro, nelle fessure della roccia, per fungere da punto di assicurazione;
* Cordini: in nylon, kevlar o dyneema. Hanno svariati utilizzi. Per esempio, possono essere passati dentro le clessidre (particolari conformazioni di roccia) per fungere da punto di assicurazione;
* Friend: piccoli attrezzi con camme a geometria variabile che, incastrati nelle fessure di roccia, fungono da punto di assicurazione;
* Discensore: di svariate forme e dimensioni, è utilizzato per le manovre di discesa con la corda;
* Rinvio o, più propriamente, "connettore": assemblaggio di due moschettoni collegati da una fettuccia di nylon o dyneema. La sua funzione è quella di "collegare" l'ancoraggio alla parete con la corda di assicurazione;
* Moschettone
* Rurp: particolare tipologia di chiodo da roccia, utilizzato prevalentemente in arrampicata artificiale.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Categoria:Materiali d'alpinismo.
Scale di difficoltà

Esistono varie scale per valutare la difficoltà dei vari tipi di arrampicata. La classificazione delle difficoltà che si incontrano in un itinerario alpinistico è generalmente riportata nella descrizione della via di salita ed è importante in quanto permette agli alpinisti di scegliere itinerari commisurati alle proprie capacità. La classificazione delle difficoltà alpinistiche è stata codificata per la prima volta dall' alpinista tedesco Willy Welzenbach nel 1925.

La scala di Welzenbach definiva sei gradi di difficoltà crescente dal I (elementare) al VI (limite delle possibilità umane). La scelta di adottare sei gradi pare sia dovuta al fatto che, a quel tempo, in Germania veniva utilizzata una scala di sei valori per la valutazione scolastica. La classificazione, di solito riconoscibile per l'uso dei numeri romani, aveva però il problema di essere una scala "chiusa": così, con il progredire delle tecniche di arrampicata, quello che pareva essere il "limite umano" negli anni Trenta e Quaranta, e quindi classificato VI grado, venne abbondantemente superato da scalate di difficoltà nettamente ed evidentemente superiori negli anni Sessanta e poi Settanta. I gradi Welzenbach, limitati al VI grado, risultavano dunque sempre meno omogenei e non comparabili nel tempo.

Dopo grandi discussioni, essa venne dunque aperta verso l'alto dall'UIAA e, attualmente, il livello superiore della classificazione è l'XI grado (utilizzato per indicare il livello di difficoltà dell'arrampicata libera). A partire dal quinto grado, inoltre, è oggi possibile utilizzare delle gradazioni intermedie aggiungendo il suffisso "superiore (+)" o "inferiore (-)" (es. V grado superiore o V+). Al momento la descrizione qualitativa delle difficoltà non è stata codificata. È da sottolineare che la scala di Welzenbach, oggi conosciuta come scala UIAA, è nata per classificare unicamente le scalate su roccia in montagna. Non risulta dunque adatta a descrivere itinerari su ghiaccio o di arrampicata artificiale o di arrampicata in falesia.

La classificazione UIAA, anche per i motivi appena sottolineati, pur essendo uno standard internazionale, è spesso sostituita (per molte attività inerenti all'alpinismo) da altre scale, cosicché in molti Paesi sono oggi utilizzate altre gradazioni. La scala di difficoltà sicuramente più conosciuta in Italia, rispetto all'arrampicata su roccia, è per esempio la cosiddetta "scala francese", in genere riconoscibile per l'utilizzo di numeri arabi, accompagnati da una lettera (a, b, c). Entrata in voga negli anni Ottanta, essa distingue e caratterizza sia i percorsi di roccia di stampo più moderno, in montagna, sia le salite in falesie e in strutture di bassa quota. Mentre la scala francese è dunque associabile al concetto e alla pratica della moderna arrampicata sportiva, la scala UIAA resta legata al vecchio mondo dell'arrampicata di stampo alpinistico. Una correlazione di massima tra le scale maggiormente in uso nei principali Paesi è riportata nella seguente tabella.[4]